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Carlo Maria Martini: relazioni ebraico-cristiane

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Qualche giorno fa si è tenuto un incontro sulla vita cristiana in Israele, in un monastero in Galilea, molto importante nel campo delle relazioni ebraico-cristiane.
In Israele, si sta sviluppando sempre di più una tendenza nel vedere il sostegno cristiano per gli ebrei e, in primis, si impegnano per combattere l’antisemitismo attraverso una lente evangelica, cristiano-sionista.
La vita e l’eredità del cardinale Carlo Maria Martini è un esempio calzante. Le sue passioni erano la Bibbia, Gerusalemme e le possibilità di dialogo e di pace tra ebrei e cristiani.

Carlo Maria Martini è nato in Italia nel 1927. Nel 1944 entra nella Compagnia di Gesù nel 1944 e viene ordinato sacerdote nel 1952. Martini era un accademico, con dottorati in teologia e Sacra Scrittura. Dal 1962 ricopre la cattedra di critica testuale al Pontificio Istituto Biblico e continua a lavorare lì come rettore, dal 1969 al 1978.

Durante la sua attività, incoraggia gli studenti cattolici a venire in Israele per studiare un programma di ebraismo, l’archeologia e la lingua ebraica. Alla richiesta del papa nel 1979, continua a servire la Chiesa come arcivescovo di Milano. Martini viene ordinato arcivescovo nel 1980 e Cardinale nel 1983. Con il suo ritiro nel 2002, ritorna a studiare le sacre scritture a Gerusalemme, passando per il Pontificio Istituto Biblico fino a che la sua salute cagionevole non lo riporta in Italia.

Muore nel 2012, dopo anni di lotta contro il Parkinson.

Martini era un fedele difensore delle riforme del Concilio Vaticano II, il Consiglio che, non dimentichiamolo, è stato responsabile per l’impostazione delle relazioni ebraico-cristiane in una direzione completamente nuova con la Nostra nel 1965. Martini è stato esplicito nella sua convinzione che la Chiesa cattolica poteva capire se stessa pienamente attraverso la comprensione del popolo ebraico. “A questo scopo”, ha scritto, “dobbiamo capire come gli ebrei ci percepiscono.” Questa è un’affermazione straordinaria. L’importanza di invitare gli ebrei a interpretare noi stessi, e di prendere sul serio la nostra auto-concezione come parte di dare un senso al propria identità di Chiesa, non può essere sopravvalutata. Martini anche insistito sul fatto che “semplice anti-antisemitismo non è sufficiente. E’ quindi necessario sviluppare motivazioni per un’amicizia che nel cuore dell’altro si legge sempre i pensieri che condividiamo, e che trova uno spazio per le differenze, facendo in modo però che queste differenze non portino a conflitti o di licenziamento.”è infatti più appropriato che la sua memoria si celebra a fine mese con un pellegrinaggio ebraico e cristiano in Italia per Israele. Il gruppo – che comprende cardinali emeriti capi rabbini, studiosi e laici si impegnerà in molte attività importanti per onorare l’eredità di Martini e riconoscere il suo particolare legame con la terra d’Israele e il popolo ebraico, di presentarsi come un esempio di cosa può essere fatto e che cosa deve essere fatto per il futuro. Questi includono la dedicazione di una foresta JNF vicino a Tiberiade in suo nome, un servizio di preghiera congiunta ebraico e cristiano al Kotel, un incontro con i capi religiosi ebrei e un ricevimento serale e conferenze con gli ebrei ei cristiani locali presso il Centro Studi di Relazioni ebraico-cristiane a Yezreel Valley College. Il cardinale Martini ha scelto il motto episcopale si distingue, che ci offre una visione di coraggio e di devozione alla verità, sia valori prezioso e fondamentale nel nostro sforzo di vivere insieme in questi tempi complicati.

Le parole sono sia una sfida e una direzione: Pro veritate adversa diligere, “Per amore della Verità, cercare situazioni avverse”. Non c’è dubbio che limitano i nostri interlocutori rende le cose meno impegnative. Come tale, però, i nostri incontri diventano meno veritiera. Possiamo onorare lo spirito di audacia e di verità come camminiamo il percorso di lavoro per capire noi stessi e gli altri.

Per ulteriori approfondimenti, potete leggere l’articolo su Jerusalem Post.

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