Un ulivo per Jsach Raccah

novembre 15 2014

piantumazione ulivo

Si è svolta domenica 26 ottobre 2014 presso la Sinagoga di Ostia Shirat Ha-Yam, la piantumazione di un ulivo per ricordare il giovane Jsach Raccah, ucciso a Tripoli in Libia nel giugno del 1967 insieme alla sua famiglia. Jsach aveva frequentato l’Istituto Tecnico per Geometri “G. Marconi” di Tripoli e i suoi ex compagni di classe lo hanno voluto ricordare con questa commovente cerimonia insieme al Sig. Giancarlo Consolandi, Presidente dell’Associazione Ex Allievi Lasalliani di Libia (Associazione Ex Lali) che ha organizzato l’incontro. Alla cerimonia hanno partecipato una rappresentanza di allievi tra cui Giovanni Giannò, i Consiglieri del KKL Italia Onlus Letizia Piperno e Lorella Zarfati e il referente della Sinagoga Giorgio Foà.

Siamo qui per commemorare Jsach Raccah – ha dichiarato Giovanni Giannò, durante la cerimonia di piantumazione – Oggi mi ritrovo dopo 47 anni con i compagni di studi. Questo grazie all’instancabile lavoro organizzativo dell’amico Giancarlo Consolandi, che desidero ringraziare. Nel  ‘67 a Tripoli, abbiamo terminato i nostri studi alle scuole superiori, ottenendo il diploma di geometri. La conclusione di quegli studi è coincisa con un avvenimento importante per la storia del Nord Africa e del Medio Oriente: lo scoppio della guerra  tra Israele e diversi Paesi Arabi. Quando tutto questo avvenne, eravamo completamente assorbiti dalla nostra preparazione agli esami di diploma. Ricordo che ero in casa del caro Luigi De Matteis, quando il 5 Giugno ‘67, si ebbe notizia che la guerra era scoppiata.  Luigi, che conosceva bene l’arabo, sintonizzò la radio sulle stazioni egiziane, che descrivevano gli avvenimenti militari. C’era una atmosfera di esaltazione, che aumentava man mano che le notizie arrivavano. Si descrivevano delle grandi battaglie, e si raccontava dell’abbattimento continuo di aerei israeliani da parte della caccia egiziana. Tutto falso. Apprendemmo poi che l’aviazione egiziana era stata distrutta al suolo dalla fulminea offensiva israeliana. La guerra si concluse in 6 giorni, con una bruciante sconfitta di tutti gli eserciti arabi. L’eccitazione delle masse, si trasformò presto in silenzio, rabbia e rancore, soprattutto verso gli ebrei residenti in terra araba. Vivemmo giorni di disordini, distruzioni e saccheggi delle proprietà ebraiche in Libia. Per proteggere gli ebrei, il governo decise di farli prelevare nottetempo da camionette dell’esercito per concentrarli a Gurgi, dove un campo era stato allestito per loro. Quando la situazione tornò alla normalità, noi, ragazzi della IV Geometri, potemmo presentarci agli esami di abilitazione. Era nei primi di luglio del ‘67, se non sbaglio. Ricordo ancora il banco vuoto dell’amico Jsach Raccah, quel giorno. Non c’era per gli esami. Le notizie che giravano non erano sicure in quel momento. Qualcuno disse che la sua famiglia, come tante in quei giorni, fosse fuggita all’estero. Soltanto più tardi venimmo a conoscere la verità. Tredici persone delle  famiglie Raccah e Luzon, furono prelevate da elementi dell’esercito, ma invece di essere condotte al campo di raccolta, furono portate in un luogo appartato, e lì uccise brutalmente a bastonate. La vita di Jsach Raccah e di suoi altri correligionari, fu distrutta per sempre in quei giorni di odio. Quando mi capita di riguardare le foto di classe di quel periodo, vedo noi tutti e penso a quel che è venuto dopo. Il nostro inserimento nella vita lavorativa, o prosecuzione degli studi in Italia, la confisca dei nostri beni e la cacciata dalla Libia, la lotta per la sopravvivenza in un mondo nuovo e la creazione di una nuova famiglia. L’arrivo dei figli, e più tardi, la nascita dei nipoti. Noi siamo cambiati. Siamo invecchiati. La vita di Jsach Raccah si è invece cristallizzata in quella foto che ogni tanto osservo. A lui è stata tolta la possibilità di vivere, avere delle nuove esperienze e speranze, avere dei figli ed un giorno dei nipoti. Lui non aveva fatto nulla. Era un essere gentile, colto, inoffensivo. Tanti ebrei di Libia erano in quel Paese da quasi 500 anni, integrati ed operosi. Mi domando spesso quali sentimenti potessero animare quei militari responsabili dell’eccidio. A compiere un atto così terribile contro dei civili inermi e con la sola colpa di essere ebrei. Mi dicono che l’ufficiale responsabile di quel crimine, più tardi, forse assalito dal rimorso, vagasse povero e pazzo per le strade di Tripoli, prima che la morte lo cogliesse. Non è una consolazione. Resta soltanto la speranza – ha concluso Giannò – che mantenendo vivo il ricordo del nostro compagno, lui possa in qualche modo sopravvivere in noi”.

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